All the world is a stage. L'ha detto Shakespeare, e gli hanno fatto eco in tanti, da Pirandello al mio professore di greco del liceo.
Uno dei tanti modi di interpretare la vita e il mondo, è di vederlo come un palcoscenico dove, volta per volta, ognuno indossa la maschera più appropriata per recitare la parte che gli spetta in quel momento. Pensateci, capita a tutti. Ogni istante della vita ha una maschera appropriata: il visitatore curioso, il genitore severo, il funzionario cortese, il rettore altezzoso, il giovane confuso, l'innamorato devoto, lo studente timoroso del compito in classe e ancora altre. Non si tratta di "sfaccettature", ma proprio di maschere inconsciamente indossate e tolte: in meno di un istante l'innamorato devoto diventa un lavoratore in ritardo, lo studente impreparato al suono della campanella diventa un giocatore di calcio appassionato, il genitore severo appena i figli vanno a letto si trasforma in un amante senza pudori. Così si vive, scambiandosi le maschere e giocando in continuazione a guardie e ladri, a ruoli alterni. Non intendo la "maschera" come un camuffamento del proprio essere, perchè ciò implicherebbe di poter anche vivere senza mascheramenti alcuni: ma in questo contesto senza maschera non si può prendere parte alla commedia e quindi si è spettatore del mondo ... un dio? un morto? a seconda dei casi, comunque qualcuno del tutto ininfluente alle vicende terrestri.
Sicuramente c'è chi la propria maschera se la costruisce su misura, volutamente per ingannare chi lo incontra, ma anche questo fa parte del gioco, rimescola gli attori, confonde le scene, scompiglia le quinte. Dov'è la differenza? In un caso è la maschera stessa che sceglie quale posto prendere, nell'altro siamo noi che la indossiamo a forza e, inevitabilmente, ci viene impossibile far coincidere perfettamente la sua superficie coi nostri tratti somatici modellati dalle vicende interiori. Forse ci starà scomoda, forse saremo costretti a toglierla magari anche in pubblico, con scandalo generale, o forse quella che consideriamo una maschera bugiarda ma inevitabile per lasciarci vivi nelle circostanze, ci sta addosso meglio di quanto pensavamo. In ogni caso siamo noi, noi e le maschere che abbiamo nell'armadio, a organizzarci la parte.
Nel libro Shining, durante i primi giorni di follia, Jack è invitato a partecipare ad un ballo, non uno qualsiasi: proprio un ballo in maschera. Il festeggiamento però culmina con un gesto collettivo, una anafora che risuona prima fievole, poi sempre più forte e frequente nella mente del custode:"A mezzanotte, giù la maschera! Giù la maschera!". Se Jack prende parte alle regole del gioco, entra a far parte delle vittime dell'Overlook e necessariamente esce dalla realtà in cui invece restano Wendy e Danny. Anche qui tutto torna: Jack indossa spontaneamente la maschera del padre di famiglia, la toglie, stregato dall'Overlook e dalle sue vittime, quindi è costretto a scendere dal palcoscenico della realtà e, intrappolato nel labirinto che non lascia uscire il Male, entra a far parte degli incubi dell'albergo.
Fin qui mi sta bene. Quando però sono gli altri che prendono martello e scalpello per infilare maschere a chi proprio non ne ha bisogno, non ci sto più. Un lavoro tipicamente giornalistico, quello di rimodellare la realtà a seconda dello schieramento politico per cui si scrive ma non mi scandalizzo certamente finchè i politici si scornano tramite le penne dei reporter o quando gli scandali quotidiani diventano eclatanti solo se finiscono in prima pagina con un punto esclamativo. Ovvio che non mi scandalizzo, anche quella del reporter è una maschera. Ma. Ma non riesco proprio ad accettare che questo serva per apparecchiare un desco sulle tragedie, dove i cadaveri di due adolescenti diventano carne da macello, le lacrime di una madre diventano vino pregiato e le espressioni del "padre violento" diventano musica di sottofondo. Tutta l'Italia si è commossa per questa vicenda, me compresa, ma non riesco veramente a capire come, in ogni servizio giornalistico, la saga dell'attributo connotativo abbia sempre la meglio sulle informazioni: sono stati trovati i "cadaverini", forse i "bimbi" erano fuggiti dal "padre padrone", il "cappottino verde", hanno testimoniato gli "amichetti" di "Ciccio e Tore". La stessa mamma, nell'inviare i primi appelli, si rivolgeva a "Francesco e Salvatore", forse i giornalisti avevano più confidenza coi due ragazzini? E' davvero così inevitabilmente vitale, innalzare l'indice della pietà e dello scandalo che facciano share, piuttosto che concentrare l'impegno sulla obiettività, in questa vicenda di macabro ha già tutto di suo?
Adesso indosso la maschera indignata, luttuosa, empatica, commossa di chiunque abbia seguito le sorti dei due ragazzini. Davanti alla morte e soprattutto all'agonia, è difficile e inutile trovare aforismi consolatori. Si può dire "mi dispiace", si può pregare, ci si può contrire. E a volte, ricordarsi con rabbia che fa parte del palcoscenico anche la morte.